"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



mercoledì 11 gennaio 2017

“DOVREM[M]O ACCENDERE CANDELE AL ROCK ‘N’ ROLL”: GENERAZIONE” PURTROPPO NON PIÙ “COMBUSTIBILE”? (scritto con la punta del pugnale di un ragazzo perduto)


DOVREM[M]O ACCENDERE CANDELE AL ROCK ‘N’ ROLL”: “GENERAZIONE” PURTROPPO NON PIÙ “COMBUSTIBILE”?

(scritto con la punta del pugnale di un ragazzo perduto)

 

Ce la menano con i baby-boomer e la generazione X (quella di Douglas Coupland, purtroppo per noi, infatti la “g” che le riservo è minuscola).

 

Invece le classi a cavallo fra ‘57 (appunto, cioè Enrico Ruggeri cui devo le citazioni di cui consiste il titolo di questo post ([1])) e ‘62 del ventesimo secolo sono qui, ancora, senza più possibilità di bruciarsi e solo con la prospettiva di consumarsi male.

Parlo dei maschi pre-andropausa, ché le femmine hanno pure la menopausa ad arrivare prima.

 

Facciamo il punto?

Chi ha potuto non ha gettato la propria gioventù, fatta anche di oggetti (ecco perché ho scritto altrove di magliette provocatorie: “Destroy”, “Cowboys” e “Tits”) e almeno può fustigarsi e poi leccarsi le ferite auto inflitte - che comunque significano lucida e orgogliosa coscienza del proprio passato - e magari raccontare qualcosa.

 

Otto lustri fa “no future” significava il nulla davanti.

In fondo non era male: voleva dire bruciarsi nel fiore degli anni: nessuno pensava a una propria famiglia, nessuno.

 

Oggi il futuro mancante invece significa per tutti coloro che non si ribellano intellettualmente e soccombono alla quotidiana routine: sopravvivere fra scadenze ansiogene di pagamenti che non consentono assenze di oltre due settimane oppure una banca che paga tutto senza nessun controllo; figli da mantenere; un/a coniuge (o ex).

 

Alza la testa ribelle ‘77!

Per fare cosa? Per essere vivo, evidentemente. Per pensare.

Per non essere quello che 40 anni fa sarebbe stato bersaglio dei tuoi stessi sputi: ricordi gli eroi per un giorno? I ragazzi che “oscillavano” bowianamente? Il quarto di secolo di vita come data di propria scadenza? Non ti vergogni di quel che sei diventato anziché bruciare (cfr. Neil Young)?

 

La dignità comincia da se stessi.

 

Vogliate accettare con benevolenza le sbavature nella forma e gli artifici pirotecnici di questo scritto.

Non il suo contenuto, che è lucido e preciso e quindi non chiede alcuna comprensione di comodo.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1]
Rispettivamente dalle canzoni “Decibel” e “Generazione combustibile”. La “m” in parentesi quadra è una licenza poetica.

“VIVO DA RE” (Song series - 5)


“VIVO DA RE”
(Song series - 5)

 

“Vivo da re” è la sola canzone dell’epoca Decibel che è passata indenne nel repertorio di Enrico Ruggeri solista.

 

Purtroppo, chi non dispone dell’originale versione di studio (quella tratta dal secondo, del 1980, e ultimo per 37 anni, omonimo, album della formazione) è destinato a doversi accontentare - non essendo mai stata nemmeno reincisa ([1]) di versioni soltanto ammiccanti e, diciamola tutta, un po’ slabbrate come possono essere e sono le versioni dal vivo ([2]) rinvenibili nella discografia ruggeriana.

Basti pensare alla perdita dell’apertura, dove la voce è isolata e senza musica: un vero vuoto spaziale solitario: a chi parla il protagonista? Dove si trova?

 

Si tratta di una canzone che ha più piani di lettura.

 

Quello di immediata evidenza è  il “compiacimento pentito” della voce protagonista.

Egli apre la porta alla ragazza ideale, conosciuta ma perduta. La tratta da pari.

Ecco l’idea femminile: amante e compagna, migliore amica più degli amici.

Pensate alla Lula fidanzata di Sailor di Wild At Heart. La donna e l’uomo reciprocamente ideali devono essere partners in soul crime 24/7/12.

 

Probabilmente - dato che la canzone per nascita precede di anni gli stessi Decibel - Enrico Ruggeri parla a una ideale ragazza che non ha ancora perso perché nemmeno la ha conosciuta.

Ecco allora un livello pubblico, puramente maschile: l’io cantante dà voce all’ascoltatore.

 

Ma passano gli anni.

Perciò si forma un terzo livello di fruizione della canzone.

Meno evidente, certo, ma incombente per chiunque non si rassegna o cerca di non farlo.

È quello di chi si rende conto che era meglio vivere da solitario re che non da adulto (quasi vecchio?).

Perché i sogni sono finiti e volare da ragazzo perduto si fa sempre più faticoso, anche per chi ha la fortuna di non avere figli ([3]).

La gioventù ti lascia, la mamma muore/Te restet come un pirla col primo amore” ([4]). In realtà si resta spesso soli, per lo meno sostanzialmente (il primo amore è di regola inadeguato e, eventualmente, anche limitante se ne ha impediti altri), e si è persa anche la corona.

 

In fondo sto commentando una variante al tema di descrizione di fine delle idee, dei progetti, della invulnerabilità giovanile ... “Oh God I’m still alive” ([5])! Al compimento dei 25 anni tutto è perduto ([6])?

 

Faticoso per faticoso (il suo reperimento ([7])), isolate anche talune strofe dall’eponima “Decibel” che chiude lo stesso secondo album: l’io cantante rimane ancora e inevitabilmente solo come in effetti poi sarà, magari con qualche rimpianto dato quanto Ruggeri canta in “Una fine isterica” ([8]) dove forse non a caso si cita quasi testualmente “Vivo da re”.

 

NOTA TECNICA: questo post è stato scritto ascoltando canzoni degli artisti ivi citati.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Quanti siano gli zampini che precludono la ristampa, e addirittura l’inclusione di qualche registrazione in antologie fonografiche davvero degne di questo nome della produzione iniziale del cantautore milanese si fa fatica a comprendere.
[2] Qualche lettore di questo blog già lo sa che non le amo molto, anche quando sono esecuzioni di capolavori. Considerate che il pubblico non ha mai, siccome massa, la dignità dell’individuo.
[3] Opinione assolutamente personale, naturalmente. Fra i miei maîtres a penser ho Peter Pan, ma di mio, in età adolescenziale, notai che “nessuno ha mai chiesto di nascere” (molti anni dopo scoprii che anche il filosofo Emil Mihai Cioran – allora ancora vivo – la pensava come me (o io come lui, ma indipendentemente l’uno dall’altro).
I figli degli idoli, non dei, non contano, loro non esistono, divorati dai padri (e dalle madri) alla cui ombra trascorreranno l’intera vita.
[4] “Porta Romana” di Umberto Simonetta per il testo.
[5] “Time” di David Bowie. In alternativa: “Don’t want to stay alive/When I’m twenty-five” da “All The Young Dudes”, ancora di David Bowie.
Diversamente, rinvio a Cioran: “Chiunque non sia morto giovane merita di morire” (da Il funesto Demiurgo).
[6] Che erano già trascorsi da alcuni mesi quando Bowie scrisse quella canzone.
[7] Più rara l’edizione in vinile (volendo esiste un singolo) o quella in CD dell’album, ormai? E la riedizione in cofanetto della primavera 2017 cambierà le cose, poi?
[8] Tratta da Champagne Molotov, suo primo album solista che da questa canzone è “aperto”.

venerdì 23 dicembre 2016

PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI (ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)


PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI
(ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)

 

Ritorno sul libro autobiografico del fumettista Igort intitolato My Generation., già oggetto di “Perle mediatiche 38- Abbagli bowiani”.

 

Alle pagine 132 e 133 del volume si ripete (cioè lo si scrive due volte, una per pagina) che nella estate del 1977 il negozio di Malcolm McLaren e Vivien Westwood si chiamava (ancora) “Sex”, che anzi quella era la sua denominazione originaria.
Va bene la licenza poetica, ma la sua denominazione era divenuta “Seditionaries” nel dicembre 1976, e comunque esso non era nato come “Sex”.

 

Stesse pagine: per ben due volte la Signora Westwood è definita “moglie” di Malcolm McLaren. Non lo è mai stata.

 

Sta di fatto che considerazioni quasi identiche a queste sono presenti nel mio post “Perle mediatiche 20 – Ancora a proposito di punk”, cui rinvio.

 

Ma la vera perla è qualche pagina dopo, la 144: lo pseudonimo “Public Image Limited” (o “Ltd.” o “Ltd”) di John Lydon è tradotto con “Immagine pubblica limitata”: Errore linguistico, sintattico e, volendo, anche giuridico.
Dichiarare, anche, che PIL nel 1978 “scala le classifiche” ...

 

La disinformazione per me non è né artistica, né punk, né post punk. È solo disinformazione.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 20 dicembre 2016

PERLE MEDIATICHE 38 – ABBAGLI BOWIANI (a proposito del libro di Igort, My Generation)


PERLE MEDIATICHE 38 – ABBAGLI BOWIANI
(a proposito del libro di Igort, My Generation)

 

Ho cominciato, lo ammetto con qualche prevenzione – in particolare per il vizio italiano di NON indicare mai le fonti iconografiche delle immagini altrui utilizzate (molte in questo caso) il libro autobiografico del fumettista Igort intitolato My Generation.

 

A pagina 17 incappo in questa affermazione: “David Bowie nel suo vestito da scena posava sfrontato, in una copertina che divenne memorabile, una gamba piegata sulla ringhiera di una palazzina tipica della periferia londinese. E che colori, quella foto!”.

 

Senza dover scomodare il sito più autorevole relativo a The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, mi è ben noto che Heddon Street “è dietro Regent Street” (forse lo ho anche scritto nel blog).

 

Aggiungo che la “ringhiera” pare essere un bidone dei rifiuti e che le foto furono scattate tutte in bianco e nero e poi colorate. 

 


 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 20 ottobre 2016

LA PUBBLICITÀ CHE VI MERITATE (Tombstone series – 34)


LA PUBBLICITÀ CHE VI MERITATE

(Tombstone series – 34)

 

Un comunicato pubblicitario radiofonico di un produttore di automobili tedesco esalta l’incapacità di gestire il proprio tempo e i propri impegni; altro comunicato (questa volta mi pare di impresa italiana) inneggia all’apatia consolatoria tramite “merendina”.

 

Così siete e questo vi meritate.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 30 settembre 2016

TONITO MEMORIAL TWENTIETH


TONITO MEMORIAL TWENTIETH





Il primo in basso da destra della prima fila
 


 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 14 settembre 2016

MORIREMO AL BAR (MA AL BANCO) (Tombstone series – 33)


MORIREMO AL BAR (MA AL BANCO)
(Tombstone series – 33)

 

La proliferazione in Italia di “bar e simili” (con arredamenti fotocopia) conferma lo scadere qualitativo del modo di vivere: la casa non esiste più. Nelle città come Milano, poi, sedersi per fare altro che consumare è in mote fasce orarie non previsto.
(queste tre righe sono la spiegazione: il post è nel titolo)

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 6 giugno 2016

LA (PSEUDO) CULTURA DEL BRANDELLO CITAZIONISTICO (Sniper series – 33)


LA (PSEUDO) CULTURA DEL BRANDELLO CITAZIONISTICO

(Sniper series – 33)

 

A più riprese in questo blog c’è stata la lamentela della citazione di ciò che non si conosce.

Esiste anche la citazione alibi.

Cito, dunque sono a posto con la coscienza e peggio per gli altri (ammesso che io conosca da dove cito: libro, film, eccetera).

 

Stefani Sandrelli ha compiuto 70 anni il 5 giugno 2016: trasmissione pomeridiana di RAI1 del giorno dopo ([1]) ed ecco scorrere lungo il servizio, per ben due volte, delle immagini de Il conformista (di Bernardo Bertolucci) senza altri riferimenti, l’attrice non ne è la protagonista.

Avete mai visto questo film “in tv”? Ricordo che: un caro amico 30 anni fa circa me lo duplicò su VHS: era già introvabile (e i cinema d’essai già cominciavano a svanire dalle città).

E in DVD? Uscì prima per il mercato USA nel 2006, a quel punto smisi di cercarne una versione europea (sapete, gli standard delle zone) e attesi quella italiana: 7 anni dopo.

Cosa sa di questo film lo spettatore televisivo pomeridiano del 2016? Niente, nemmeno che esso è tratto da un romanzo di Alberto Moravia.

 

L’esercizio intellettuale potrebbe proseguire con altri esempi: che senso ha intitolare nel 2015 un libro Io lo conoscevo bene dedicato a Ugo Tognazzi quando nel film Io la conoscevo bene la sua parte dura alcuni minuti e basta (la protagonista è Stefania Sandrelli)?

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Stegr

 

 

 

© 2016 Top Shooter

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[1] Causa elezioni oppure siamo già all’alibi culturale? Fate voi.

venerdì 27 maggio 2016

IL PUNK DOPO 40 ANNI (note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)


IL PUNK DOPO 40 ANNI
(note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)
 
Il blog fu inaugurato scrivendo su questo argomento e ritenendo che per noi tutti o quasi gli accadimenti sono da situarsi un anno dopo, dopo il 1976 ([1]).
La portata evocativa del numero 7 doppio nel Regno Unito è nota per più ragioni: ripetizione, aspettative di qualcosa che già c’era un anno prima, il Silver Jubilee monarchico, eccetera. Basti pensare ai titoli di due canzoni: “1977” di The Clash e “Two Sevens Clash” dei Culture (che intitola anche l’album che la contiene).
 
Forse negli USA il punk non è mai esistito, oppure semplicemente la cesura fu minore. Certamente, il 1977 non significò molto stateside, e quindi il 1976 rimane l’anno di riferimento, ma non in Italia.
 
Quando noi cominciammo a non essere più giovani, la curiosità sulle nostre origini ribelli si materializzò.
La conferma di ciò, per chi la cercasse, può darsi raffrontando due copertine del mensile The Face, per anni arbitro di molte “scene” britanniche e oltre: nel novembre 1981 un servizio su 5 anni “di punk” non ha l’onore della copertina, nel febbraio 1986 (attenzione al mese) quello sul decennale sì.
 
Per vario tempo esistettero solamente due libri autorevoli sul punk britannico: quello di Caroline Coon, 1988, e quello di Julie Davis, Punk.
Jon Savage pubblicò England’s Dreaming solamente nell’autunno del 1991 e la sua opera ([2]) rimane, comunque il punto di riferimento anche per i critici della medesima.
 
Con queste premesse, il “minuto 1” o la “ora 0” del punk ([3]) sono opinabili comunque, e lo erano soprattutto quando di tutto ciò ci interessava poco.
 
Se è ben vero che il 4 luglio 1976 i Ramones suonarono a Londra ([4]) – il che li rende rilevanti per gli anglosassoni – in quei giorni tutti i prime mover locali erano ancora non troppo noti.
 
Quindi, dischi a parte, posto che tutti questi artisti per mesi si esibirono dal vivo prima di entrare in uno studio di registrazione, per me il punk si consolida il 29 agosto 1976, a Londra, in un cinema di periferia. Da mezzanotte all’alba.
Si esibiscono, in ordine di apparizione: i Buzzcocks (in trasferta da Manchester) nella loro formazione originale e dunque con Howard Devoto come cantante; The Clash nella formazione a cinque comprensiva di Keith Levene come terzo chitarrista e i Sex Pistols ovviamente con Glen Matlock al basso.
Film di Kenneth Anger sono proiettati fra un set e l’altro: Kustom Kars Kommandos e Scorpio Rising.
 
Ma noi di tutto ciò non sappiamo niente.
Forse qualcosa si ([5]) è letto nei libri di Coon e di Davis. Visto nulla.
Dopo l’estate del 1978 almeno due copie arrivano a Milano di un altro libro che, in tutta onestà, comprare è un azzardo: lo comprammo io e Tonito ([6]) Si tratta di In the Gutter di Val Hennessy in cui sono appaiate foto di costumi “primitivi” e foto di punk, quasi sempre. A colpire però è la foto, non appaiata, che occupa l’intera pagina 74: Siouxsie Sioux sicuramente pre-1977, immortalata dal basso con un reggiseno senza coppe, un bracciale di tessuto con svastica a destra, collant di rete e slip di vernice, un gambale sempre di vernice a coprire la destra; stupefacente, perché lei dal 1977 passò a uno stile in cui era in qualche modo androginizzato tutto, non a caso fu soprannominata “The Ice Queen” ([7]).
Sì ma da dove arriva quella foto ([8])? Per anni non fu proprio del tutto chiaro, anche se incrociando un po’ di fonti si concluse che gli scatti erano di Ray Stevenson, non solo fotografo, ma anche fratello di Nils Stevenson.
 
La foto è della notte dello Screen On The Green ([9]) di quella torrida fine di agosto: Midnight Special at the Screen On The Green. Con Siouxsie c’erano anche Debbie Juvenile, Tracy O’ Keefe – improbabile trio di ballerine sul palco – e Steven Severin (occhi truccati).
Vi propongo queste descrizioni: “the chick who danced on-stage in the leather corset etceteras with the tit-slits... got her garters all wrong. But more than that - along with a dozen or so of other garishly designed night creatures - the overall impression was of a bunch of failed auditionees for ‘The Rocky Horror Show’ having wandered into the first couple of rows” ([10]). “I was shocked … she was walking around wearing some suspenders and a bra with her whole tits out. I was stunned … That night I couldn’t listen to the Pistols at all because Siouxsie was sitting one row behind me. I was so uncool because I couldn’t stop looking at her tits” ([11]).
Ma c’è anche Billy Idol, buon amico di Severin, nel pubblico: loro due e Siouxsie chiedono a Malcolm McLaren di esibirsi all’imminente 100 Club Punk Festival: nascevano gli ancora innominati Banshees.
 
Se pensate che i Buzzcocks esordirono su disco nel gennaio 1977, capirete come quel 29-30 agosto fu vera leggenda.
Oggi potete ascoltare una registrazione di discreta qualità dell’esibizione dei Sex Pistols (è stata pubblicata anche ufficialmente), mentre i concerti di The Clash e dei mancuniani di quella notte si rinvengono in un buon bootleg (doppio CD) intitolato semplicemente Midnight Special at the Screen On The Green.
L’esordio di Suzie and the Banshees il 20 settembre 1976 è da sempre disponibile su nastro magnetico fra i fan.
 
Senza dimenticare che quell’evento agostano è in qualche modo citato in “Fall In” di Adam and the Antz.
 
Sarei un bugiardo se dicessi che non invidio chiunque assistette a quell’evento.
Ancor più sinceramente ribadisco formalmente il mio fastidio per quasi tutto quanto è stato, è e sarà scritto in Italia sul quarantennale del punk sino al 2017: c’eravamo in pochi, e oggi siamo ancora meno; quelli che ora ne discettano non c’erano oppure non sapevano o erano molto occupati a osteggiarci ([12]).
Accidenti: nel 1976 non succedeva niente. In Italia.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Che comunque un po’ di “americani” di occupa.
[3] D’ora in poi, senza precisazioni scrivo di UK.
[4] E, come già ho precisato in questo blog, nessun componente dei Sex Pistols o di The Clash era nel pubblico.
Il quartetto di Forest Hills si esibì anche il 5 ed il 6 di quel mese nella capitale del regno.
[5] Fu un caso, ma credo per anni di essere stato forse l’unico a Milano ad avere copia del libro della Davis, mai ristampato.
[6] A Tonito si riferiscono diversi post, uno gli è dedicato: “Tonito Memorial”, http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
[7] Numero di Sounds del 3 dicembre 1977.
[8] Stesse origini ha una piccola immagine che accompagna un celebre articolo di John Ingham intitolato “Welcome to the (?) Rock Special” pubblicato da Sounds il 9 ottobre 1976. Un quasi primo piano in topless.
Esso fu riprodotto da Ray Stevenson nel suo libro Sex Pistols File del 1978 (una precedente edizione, pubblicata in proprio si intitola Sex Pistols Scrapbook).
[9] Riprodotta in Vacant – A Diary of the Punk Years 1976-79, di Nils Stevenson e Ray Stevenson.
[10] Giovanni Dadomo, Sounds del settembre 1976.
[11] Nora Forster: madre di Ari Up (The Slits) e moglie di John Lydon.
[12] Sì lo so, torno a scrivere quello che è il contenuto del secondo post del blog.

mercoledì 6 aprile 2016

BONVI E JACK LONDON E POI HUGO PRATT, O VICEVERSA (addendum duplice, a mo’ di abbozzo)


BONVI E JACK LONDON E POI HUGO PRATT, O VICEVERSA

(addendum duplice, a mo’ di abbozzo)

 

Nel blog ho scritto prima di Hugo Pratt e poi di Bonvi ([1]).

Al primo ho dedicato più di un post, al secondo ho fatto seguire al mio intervento un lungo (perdonate il bisticcio) post scriptum.

 

Jack London: tutti lo conoscono se sono nati una cinquantina di anni fa o, più giovani, hanno studiato letteratura americana. Molti fra i primi, però, sono fermi a un dittico di romanzi: The Call of the Wild e White Fang.

Se non fosse, almeno per qualche approfondimento, per i lettori più attenti di Hugo Pratt: citato spesso dal fumettista veneziano di Rimini, dei suoi racconti ambientati nei mari del sud sappiamo l’esistenza.

E poi Corto Maltese incontra Jack London verso la fine della storia lunga La giovinezza, del 1982, ambientata durante la guerra russo-giapponese. A parte le sembianze proprie date a Simon Girty ([2]), solitamente ([3]) Pratt viaggia attraverso Corto Maltese.

 

E Bonvi? Lui, bolognese di Modena, fra l’altro presta le proprie sembianze a Jack London ne L’uomo di Tsushima ([4]), storia dedicata a un episodio navale della stessa guerra. Però pubblicata più di tre anni prima ([5]).

 

Con il passare degli anni purtroppo, per sé più che per i propri riferimenti artistici (non solo letterari), ci si rende conto che di nuovo assoluto v’è poco, pochissimo, e che qualche volta i riferimenti sono più di quelli raccontati.

Ad esempio, Hugo Pratt visitò, o quasi – destino crudele ([6]) la tomba di Stevenson ([7]), ma lo aveva fatto decenni prima proprio Jack London ([8]).

 

Peraltro, Hugo Pratt illustrò (nelle riduzioni di Mino Milani) due opere di Stevenson per Il Corriere dei piccoli nel 1965 e nel 1967, dunque allo scrittore scozzese e alla sua ultima dimora di Vailima, nell’isola di Samoa, egli non era certo arrivato per caso.

 

Ma non basta.

Queste righe le devo ad Andrea G. Pinketts ([9]), in particolare alla sua prefazione all’edizione italiana del 2008 ([10]) del romanzo londoniano più o meno autobiografico John Barleycorn, come contenuta nella raccolta tematica pinkettsiana Mi piace il bar ([11]). D’altro canto egli nel 1995 vinse un premio letterario intitolato a London.

Mentre finivo di leggere quel volumetto, a fine inverno 2016, ricevetti il numero 23 de Ilcorsaronero (rivista salgariana e di letteratura d’avventure, tutt’altro che “popolare” nella qualità) che dedica molte pagine all’illustre scrittore e molto altro statunitense.

 

In conclusione, grazie a tutti, sulle cui spalle comunque cerco di issarmi ([12]) almeno per procedere nelle mie letture e nelle mie scoperte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] In Wheeling.
[3] Ma nella serie de Gli Scorpioni del deserto il Virgilio prattiano è Koȉnsky, ufficiale polacco (inizialmente tenente).
[4] Tredicesimo volume della collana Un uomo un’avventura.
[5] Gennaio 1978 rispetto al 5 agosto 1981 (sul quotidiano francese Le matin de Paris).
[6] La sorvolò con un elicottero.
[7] Si vedano le pagine 205-223 del libro Avevo un appuntamento, Roma, Socrates, 1994.
[8] Si cfr. Russ Kingman, A Pictorial Life of Jack London, New York, Crown Publishers,1979, pagine 198-200.
[10] Torino, UTET.
[11] Siena, Barbera, 2013.
[12] Citando Bernard de Chartres.